L'ARCHITETTURA CON IL MICROMETRO!!!!
In una ormai consolidata e diffusa tesi della dimensione minima degli spazi abitativi, figlia di motivazioni imprescindibili dell’immediato dopoguerra dove le proporzioni geometriche e la riduzione degli spazi vitali e funzionali, impediscono all’uomo di soddisfare i suoi bisogni basando tutto il processo della costruzione del luogo, solo sulla richiesta da parte di chi costruisce, “di bello ma a poco prezzo” (vale per il privato come per il pubblico), quando chi progetta cerca di ottenere un migliore comfort abitativo, di trasmettere nuove figure e soluzioni, il tutto avviene come di nascosto, quasi nella paura di dover giustificare sempre e comunque qualsiasi tentativo di arricchire e di ottimizzare le nostre scelte per un’architettura che non deve tener conto solo del profitto di chi la realizza, (anche se importante), ma anche delle necessità di chi la vive di assicurarsi in uno spazio più nobile, una pluralità di comportamenti, come i rapporti conviviali e la distensione. Una buona mano a questo stato di cose l’hanno data e la danno le amministrazioni pubbliche, preposte alla stesura e allo studio delle norme che stabiliscono e definiscono gli ambiti territoriali e gli spazi intesi come habitat o luoghi di aggregazione, vogliamo fare un esempio calzante? Su quali basi e su quali valori si ritiene che le aree destinate all’espansione edilizia nelle nostre città e nei nostri paesi, debbano essere sempre quelle marginali, nei luoghi più “sfigati” mi si passi il termine dove anche gli altri esseri viventi come gli animali o le piante non riescono a sopravvivere, vuoi per l’ubicazione, per l’esposizione agli agenti atmosferici, o per l’insalubrità dei luoghi, per quale motivo all’uomo deve essere negata la possibilità di vivere godendo di un buon paesaggio, di una buona esposizione e magari di uno spazio adeguato alle proprie esigenze, obbligandolo a dover cercare di aggirare i regolamenti per garantirsi un piccolo spazio in più in un sottotetto o magari rilegando le proprie funzioni sociali negli scantinati, prendiamo ad esempio l’edilizia convenzionata, destinata cioè alle classi sociali meno abbienti, stabilire con il micrometro, che se un modulo abitativo supera la superficie stabilita per legge non ha più le caratteristiche di edilizia popolare mi sembra un’aberrazione.
un po' di luce sui fatti
un po' di luce sui fatti
Sappiamo tutti che l’atteggiamento dei costruttori è quello di adeguare le superfici “sulla carta” per accedere ai benefici regionali o nazionali destinati all’edilizia convenzionata, mantenendo basso il costo di costruzione e di vendita, per poi rifarsi con la complicità dei futuri acquirenti, predisponendo spazi destinati ad altre funzioni, per il recupero di quelle superfici necessarie a far si che la casa possa favorire le emozioni di vita. Assodato che l’urbanistica non è una scienza, non aspiro a forme di architettura spontanea come nel passato, ma al ribaltamento dei valori che sono alla base delle norme urbanistiche, più che alla “conurbazione” in atto che ingloba piccoli centri rilegandoli al ruolo di nuove periferie, opterei per indirizzare la scelta del luogo dove fondare la propria casa, garantendo una qualità della vita migliore anche a discapito delle distanze fra il posto dove si lavora e quello dove si vive.


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